Consulenze

Specialista delle Nazioni Unite per la Dieta Mediterranea ed i disturbi del comportamento alimentare, con una particolare attenzione nella dieta di mantenimento per le forme di regressione delle malattie oncologiche e per le patologie cardio-vascolari.


“Si dimagrisce non perché si assumono meno calorie ma perché si è più attivi e si mangia meglio grazie ad uno stile di vita patrimonio dell’umanità: la dieta mediterranea” 


Il cibo come terapia per riportare la qualità al centro della vita. Una riflessione che nasce proprio osservando i primi sintomi di disturbo del comportamento alimentare giovanile. Ovvero la scelta di isolarsi dal convivio familiare, del pranzo o della cena, per costruirsi una nuova identità “di consumo”. Sulle macerie delle tradizioni orali trasmesse dalla storia della propria famiglia, e dal suo legame con il ricchissimo territorio mediterraneo.

Dal colon all’esofago, dall’ovaio alla mammella, dal fegato al pancreas, fino al mieloma, aumentare di peso favorisce quasi tutte le neoplasie oncologiche, che trovano concause in grasso e infiammazioni. Lo dimostra un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che come buona notizia prova come perdere peso serve a modificare la curva del rischio.

Così la migliore risposta nella prevenzione di varie malattie tra le più diffuse (come le patologie cardiovascolari…), nella depressione e nella fase di regressione delle malattie oncologiche, è il ritorno all’antica Dieta Mediterranea. Quella dei nostri nonni e bisnonni, soprattutto sulle coste italiane, prima del “dopo guerra” per intenderci. Praticamente una dieta vegetariana con aggiunta di pesce e pochi latticini freschi. Con la carne dedicata solamente ai giorni festivi. È quindi di fondamentale importanza mangiare cose della nostra terra. Le stesse che avrebbero mangiato i nostri avi, perché anche se non lo sappiamo il nostro organismo ne porta la memoria ed è stato allenato dall’evoluzione a rispondere bene a cibi che conosce. Perché due terzi della longevità dipendono dallo stile di vita e solo un terzo dall’ereditarietà genetica.

Uno stile di vita frutto di una tradizione plurimillenaria che la Regione Mediterraneo regala alle nostre tavole attraverso i frutti del suo territorio: verdura, cereali, legumi, olio extravergine d’oliva, frutta, pesce, latticini e pochissima carne. Segreto che faceva degli italiani la seconda popolazione più longeva al mondo, dopo i giapponesi. Tradizioni che si son perse progressivamente nel “dopo guerra”. Con l’industrializzazione del mercato agroalimentare mondiale, dove dieci multinazionali del cibo controllano da soli più del settanta per cento dei piatti del pianeta.

La Dieta Mediterranea per un approcio biopsicosociale. Una filosofia terapeutica, per il sovrappeso ed i disturbi del comportamento alimentare, che ho integrato e sviluppato – seguendo gli insegnamenti dell’OMS – nel quadro delle mie ricerche per l’inscrizione della Dieta Mediterranea sulla lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

La Dieta Mediterranea è  consigliata infatti non solo nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, diabete e tumori, ma anche e soprattutto per il suo valore terapeutico nella depressione e nei disturbi del comportamento alimentare.

Il mio lavoro e la missione della nostra Associazione: rimparare a mangiare accettando le nostre emozioni ed i nostri piaceri, fino a gustare serenamente un alimento riconfortante”.

Perché si può dimagrire senza imporsi dei regimi costrittivi e soprattutto correggendo i nostri più sregolati comportamenti alimentari, perchè l’insistenza genera sempre resistenza.
L’accanimento nella volontà di governo, nel sopprimere il disordine, e nel controllo delle proprie emozioni, tende sempre al suo contrario: permettendo alle emozioni compulsive di prendere  il controllo del nostro corpo.

Il problema non è cercare riconforto nel cibo ma non riuscire più a riconfortarci grazie al cibo, innescando una catena che porta ad un vuoto incolmabile.

Perché non si tratta di eliminare il disordine ma di dare al disordine una giusta forma.

L‘impatto con l’ingovernabile ci costringe a convivere e ad accettare le nostre emozioni, nella scoperta della propria identità.

Il primo sintomo di disturbo del comportamento alimentare: la rottura del convivio

La rottura del convivio è frutto della rottura epocale che si è verificata in tutto il mondo democratico occidentale. E non solo nella politica, ma nella vita e nella sua complessità. In una manifesta crisi d’identità: nella famiglia, nei rapporti uomo-donna, nella scuola per i figli, nelle istituzioni che debbono governare e controllare il paese, nella propria professione, nel lavoro, nella proiezione del nostro futuro.

Anestetizzarsi per non soffrire: nell’obesità il superfluo ha preso il sopravvento sul necessario, in una bulimia consumistica che ci porta alla disfatta della nostra volontà, per colmare un vuoto di identità.

Come in alcune forme di anoressia, innescate e nutrite da un desiderio edonistico e agonistico di bellezza. Per essere più in forma degli altri. Fino al desiderio di autodistruzione, nel deperimento fisico, dove siamo artefici e non vittime delle nostre sofferenze. In una richiesta disperata di attenzione.

La Dieta Mediterranea risulta quindi un ottimo esempio di modello biopsicosociale promosso dall’OMS. Una strategia di approccio alla persona, che attribuisce il risultato della salute, così come della malattia, all’interazione intricata e variabile di fattori biologici (genetici, biochimici, ecc. ), fattori psicologici (umore, personalità, comportamento, ecc.), fattori sociali (culturali, familiari, socioeconomici, ecc.) e fattori ambientali (biodiversità, clima, inquinamento, ecc.). Un modello biopsicosociale che si contrappone al modello biomedico, che attribuisce la malattia principalmente a fattori biologici – come virus, geni o anomalie somatiche – che il medico deve identificare e correggere attraverso l’uso di farmaci, della chirurgia e di regimi nutrizionali costrittivi.